All’inizio c’è stato un periodo che in Abar il lavoro non girava come ci saremmo aspettati.
A quel tempo lavoravamo soprattutto con le industrie dolciarie della nostra zona, tra la Lombardia e il Piemonte.In quel territorio c’era un’azienda che produceva cioccolato.
Aveva 700 dipendenti, erano disperati.«La gente non compra più cioccolato», ci dissero.
Alla fine della guerra gli italiani iniziarono a farsi grandi scorpacciate di cioccolato.
La gente si nutriva di cioccolato per poi scoprire però che faceva ingrassare e così smisero di acquistarlo.
Più di un’azienda andò in difficoltà, ma questo fatto mi fece riflettere sulle ragioni di vendita del cioccolato e su chi più di tutti poteva desiderare di consumarlo.
Per arrivare ai bambini il settore del cioccolato doveva partire da un altro punto di vista.
Il cioccolato è un prodotto prima di tutto per i più piccoli: se vuoi venderlo devi confezionarlo con un packaging adatto a loro.
Questa idea allora la presentai in un’azienda e i dirigenti mostrarono al loro staff la mia proposta di packaging.
«Un cartotecnico è venuto a proporci delle confezioni per i bambini che invece avreste dovuto pensare voi visto che siete del settore».
Passarono pochi giorni e quei dirigenti mi offrirono un posto di lavoro nella loro azienda di cioccolato.
Mi dissero che con una sola macchina di stampa non potevo soddisfare il loro fabbisogno di confezioni.
«Le diamo un bello stipendio e lei lavorerà qui con noi».
Rifiutai per restare con quella macchina di stampa.
Per essere la testa dell’alborella, non la coda del pescecane.
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